Il Centro d’Arte Novella Guerra è tra le realtà territoriali che ospiteranno le/gli artiste/i del 𝗡𝘂𝗼𝘃𝗼 𝗙𝗼𝗿𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗣𝗮𝗻𝗲 𝗢𝘂𝘁𝗱𝗼𝗼𝗿 𝗘𝗱𝗶𝘁𝗶𝗼𝗻.
Lo spazio, fondato e gestito dall’artista Annalisa Cattani, è immerso nella campagna delle colline imolesi, circondata da un giardino con frutteto e vigna e co-abitato da svariati animali, parte integranti dell’atmosfera.
Per maggiori informazioni sulla struttura, si prega la visione dell’Allegato A, presente nell’Avviso Pubblico.
La scadenza per inviare la propria candidatura e tutta la documentazione richiesta è il 9 gennaio 2023 alle ore 12.
Il progetto rientra nelle azioni di #OfficinaCreativa per #Bologna, percorso di creazione del sistema culturale metropolitano promosso da @comunedibologna e #CittàMetropolitanadiBologna, con il supporto di @fondazioneinnovazioneurbana.


Contrappassi danteschi

 


CONTRAPPASSI DANTESCHI A MEDICINA

Federico Branchetti / Annachiara Failla  / Nicolas Garelli / Dragoni Russo / Fabrizio Rivola – Petar Stanovic

A cura di Annalisa Cattani e Enrico Caprara

Chiesa della Salute, via Cavallotti, Medicina (BO)

fino a domenica 3 ottobre – sabato e domenica 10-12, 15-18 (ingresso con Green Pass)

È degna di un semionauta, di un navigatore del senso la coincidenza di trovarsi dentro alla Chiesa della Salute di Medicina, per riabitare, con questo percorso di ricerca che si intreccia con l’arte contemporanea, il ventottesimo Canto di Dante sulla separazione, sulle ferite e le divisioni.
Nel canto ventottesimo dell’Inferno di Dante Ali­ghieri ci troviamo nella nona bolgia dell’ottavo cer­chio, dove sono puniti i seminatori di discordie.
Si tratta di un canto molto affollato ricco di perso­naggi e sentimenti diversi. Si apre con la constata­zione che la condizione raccapricciante e sanguinosa che essi videro era così forte e orribile da non trovare parole per essere descritta:
“Chi poria mai pur con parole sciolte dicer del sangue e de le piaghe a pieno ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?
Ogne lingua per certo verria meno per lo nostro ser­mone e per la mente c’hanno a tanto comprender poco seno”.


Ed è qui che inizia il percorso di trasduzione visiva del contrappasso, con l’istallazione sonora di Anna­chiara Failla, con il video di Nicolas Garelli, con la performance video-sonora di Fabrizio Rivola e Petar Stanovic, con l’installazione di Dragoni-Russo, con la scultura di Federico Branchetti.
In questo percorso che trasmuta tempi, luoghi emo­zioni e sentimenti, resta però forte la vitalità dei testi che si intrecciano, svelando l’eterna contemporaneità di Dante e l’universalità del sentire dilatato fino al contemporaneo, accompagnandoci in una palestra di segni e sensazioni che coinvolgono mente e corpo ricongiungendoci fisicamente e idealmente, dopo questo periodo di lungo isolamento con la percezio­ne del rimettere insieme, e prendersi cura delle ferite.

LA COLLEZIONE FRANCO FARINA. Arte e Avanguardia a Ferrara 1963-1993



Organizzatori
Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea in collaborazione con l’Università degli Studi di Ferrara

A cura di
Maria Luisa Pacelli, Ada Patrizia Fiorillo, Chiara Vorrasi, Lorenza Roversi, Massimo Marchetti

«Se un giorno si farà la storia delle attività espositive in Italia, nell’ambito dell’ente pubblico e relativamente all’arte contemporanea, un capitolo di essa dovrà riguardare Franco Farina, forse il caso più perspicuo nel corso degli anni Settanta». A scriverlo, nel lontano 1993, è Renato Barilli, testimone di prima mano del lavoro che andava svolgendo il “Maestro Farina” a Palazzo dei Diamanti e alla Civica Galleria di Arte Moderna di Ferrara.
Dal 1963 al 1993, trentennio della sua direzione, la città è diventata un punto di riferimento per l’arte contemporanea. Nelle sue sedi museali sono transitati, tra gli altri, Warhol, Rauschenberg, Schifano, Vedova, i videoartisti e tanta parte della critica nazionale e internazionale. In pochi anni, come per incanto, l’antica capitale estense si risvegliava effervescente e vivace, affermandosi sulla mappa del contemporaneo accanto a poli ben più grandi e importanti. In questi decenni sono stati organizzati quasi 1.000 eventi, frutto di un preciso progetto culturale, fitto di incontri, relazioni, prospettive. È in questi anni che i Diamanti si impongono in Italia come la sede privilegiata di grandi mostre capaci di attrarre tanto il vasto pubblico, quanto i fruitori abituali del mondo dell’arte e gli addetti ai lavori.
Del fermento di quel tempo è certamente testimonianza la raccolta appartenuta a Franco Farina, scomparso nel 2018. Dando seguito alla sua volontà, Lola Bonora, sua erede e storica direttrice del Centro Video Arte, ha donato al Comune di Ferrara e alle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea un ampio nucleo di opere che vanno ad arricchire le civiche collezioni di un valore che è al tempo stesso artistico e memoriale.
Dal prossimo 21 dicembre al 15 marzo 2020, un’ampia selezione della donazione verrà presentata al pubblico in dialogo con opere delle Gallerie. Il duplice intento dell’esposizione è restituire uno spaccato organico del panorama culturale e del fermento creativo cittadino di quegli anni e, parallelamente, raccontare la raccolta privata in relazione all’attività di promozione artistica svolta da Farina.
Si tratta di un articolato tracciato espositivo che, dagli studi e dalle opere su carta di maestri del Novecento come Carlo Carrà e Giorgio de Chirico, muove verso lo spazialismo di Lucio Fontana, l’informale di Emilio Vedova, il New Dada di Robert Rauschenberg, il Nouveau Réalisme e la pop art di Mimmo Rotella e Mario Schifano fino alle sperimentazioni cinetiche di Getulio Alviani e Gianni Colombo.
Il racconto della mostra ripercorre cronologicamente quella stagione espositiva, rileggendo alcuni tra i principali eventi allora promossi alla luce di preziosi e inediti materiali d’archivio. Casi esemplari sono la storica esposizione I pittori italiani dopo il Novecento, che riunisce i protagonisti del dibattito tra arte figurativa e astratta degli anni Cinquanta, o la memorabile prima assoluta di Ladies and gentlemen di Andy Warhol. Ad arricchire la narrazione figureranno manifesti, video e una documentazione fotografica delle mostre, oltre alla corrispondenza tra il direttore e artisti, intellettuali – tra i quali, Franco Solmi, Maurizio Calvesi, Janus o Arturo Carlo Quintavalle – e importanti realtà culturali, quali la Sonnabend Gallery di New York, il Cavallino di Venezia e la galleria Schwarz di Milano.
Infine, il reenactment di due rassegne degli anni Settanta – Omaggio all’Ariosto e Diversi aspetti dell’arte esatta – porrà in risalto alcune peculiarità del programma culturale di Farina, quali la volontà di testimoniare le tendenze contemporanee senza rinunciare a ripensare alla tradizione e l’attenzione al ruolo didattico e formativo dell’istituzione museale: «è una “galleria aperta” – dirà il maestro nel 1976 – uno dei pochi esempi nella nazione. Non possiamo rinunciare al compito di creare negli anni un pubblico consapevole, maturo e informato».

Martin Puryear - Liberty/Libertà

Martin Puryear

Liberty/Libertà
a cura di Brooke Kamin Rapaport
Padiglione degli Stati Uniti – 58° Biennale di Venezia


 L'opera di Martin Puryear, l'artista ospitato dal padiglione degli Stati Uniti alla Biennale di quest'anno, non è particolarmente nota in Italia, se non da chi abbia potuto apprezzare le due grandi sculture in legno presenti nella collezione di Villa Panza di Biumo. Ciononostante si tratta di un protagonsita della scena artsitica americana celebrato da una retrospettiva al Moma di New York nel 2007, momento culminante di una carriera iniziata alla fine degli anni Sessanta all'insegna del minimalismo. Quello che caratterizza la ricerca di questo artista è una qualità artigianale nella scelta e nel trattamento dei materiali  che fa sì che quella matrice, ancora chiaramente riconoscibile, assuma un singolare carattere per così dire “tradizionale” che ne emenda la freddezza e l'impersonalità.

La mostra, intitolata “Liberty/Libertà”, in effetti è solo l'ultimo frutto della lunga frequentazione che Puryear intrattiene con la storia del proprio paese e le connesse vicende politiche e sociali, quanto di più lontano dalle istanze “oggettive” della corrente minimalista.

L'architettura neoclassica del padiglione, considerata come espressione della discendenza dei principi costituzionali americani dall'antica repubblica di Roma, è in buona parte censurata da un'enorme grata il cui disegno non è altro che la proiezione di una cupola vista dal basso, come quella che corona l'edificio stesso. Questa raffigurazione è sostenuta però, dietro le quinte, da una minacciosa coda serpentina, indizio che ci prepara a una critica nei confronti delle promesse di stampo illuminista. Una volta entrati nel padiglione, la maggior parte delle sculture che campeggiano nelle sale interpreta il motivo del berretto tradizionale dove la quotidianità spesso si è caricata di significati politici e spirituali, ancora una volta all'insegna della libertà e del progresso. Tra le pieghe di queste forme però, sembra suggerirci l'artista, si celano anche i fantasmi della corruzione degli ideali che esse veicolano. Il percorso inizia con un solido berretto frigio, quello che contraddistingueva i rivoluzionari francesi, poi le forme successive si rivelano sempre più problematiche e ingegnose nella loro struttura, fino ad arrivare a un kepi militare della guerra civile americana, che rivela al suo interno la sagoma di un antico cannone. All'osservatore curioso il cannone si mostra come l'iride di un occhio, forse quello stesso oculo che campeggiava sulle nostre teste in cima alla cupola. Si potrebbe quasi sottotitolare: l'aspro esito di un mito occidentale.

Massimo Marchetti

CASA FRAGILE




Casa Fragile

LIUBA, Laure Keyrouz, Amanda McGregor, Fabrizio Rivola, Dragoni Russo, Simoncini Tangi

Centro d'arte Novella Guerra


Il giorno 31 marzo 2018 lo spazio di residenza e resistenza Novella Guerra ci ospita con una nuova mostra e breve residenza di alcuni artisti, curatori e amici.
Negli ultimi due anni Novella Guerra è stata un luogo e un progetto itinerante che ha promosso interventi di arte partecipata con “Quando un posto diventa un Luogo” così come incontri di approfondimento in cui si è riflettuto insieme sulla portata e sulle modalità di azione degli spazi indipendenti. (vedi Nesxt Torino a cura di Olga Gambari, in collaborazione con Maura Banfo)
Alla luce di queste esperienze nasce “Casa fragile”, più che una mostra si tratta di un racconto fatto di persone, e lavori che raccontano persone e legami e si fanno capitoli di un ulteriore racconto in cui i pensieri dell’uno trovano continuità narrativa nel lavoro dell’altro.
Nasce dal bisogno di ripartire da qui, da questa campagna, da questi luoghi un po’ appartati per ri-incontrarsi e fare il punto unendo quasi per caso, ma in realtà per prossimità e per modalità alcuni amici con cui da anni si collabora e si condividono ricerca e “contrattempi”. In effetti quando si lavora come spazi indipendenti-resistenti si lavora più di contrattempo e di contrappunto, perché ogni programmazione e definizione si contraddice con il luogo e i modi e il sistema che abbraccia o che si trova a dovere abbracciare.
L’intervento dell’artista libanese Laure Keyrouz, vedrà l’installazione di una casa di vetro sul prato, per contrassegnare l’inizio di un percorso di residenza che si concluderà tra alcuni mesi con la realizzazione di un progetto di arte partecipata in collaborazione con alcune classi delle scuole imolesi. Amanda Mc Gregor ci ha portato da Londra una piccola casa di carta da parati che invita a connettersi con un video da Londra, l’imolese Fabrizio Rivola interverrà con l’installazione “Non Finito” costituita da una cinquantina di tele dipinte negli ultimi anni, all’insegna di una ricerca che si nutre di slancio vitale e coazione a ripetere, LIUBA nel suo video tratto da "Refugees Welcome Projects" ,indaga sulla fragilità e sulla precarietà del rifugiato in arrivo, verso una dimora ignota desiderata e temuta al contempo, la coppia di artisti pratesi Simoncini Tangi infine ci porterà Sky-Light- un'installazione formata da -lanterne- luminose contenenti acqua, fiori e radici. Ogni oggetto e' sospeso con delle corde, i contenitori ruotano su se stessi e in questa ciclicità le forme ci raccontano dei flussi e dei turbini cui e' sottoposta la materie organica in immersione, raccontandoci la fragilità di un’ energia costantemente in divenire che tuttavia garantisce il vivere.

Adriana Torregrossa - Commonplace



Commonplace - Ruskin Gallery & Gallery 9, Cambridge (UK)

PLACE: Relinking, Relating, Relaying
An exhibition by artists from Italy, Slovenia, Bosnia & Herzegovina and Cambridge
25 January – 17 February 2018
a cura di Robert Good e Rebecca Ilett

Per parlare del mio lavoro debbo fare una premessa: l'attenzione che ho spesso dedicato a culture lontane dalla mia non è convenzionale ma è motivata da un percorso che mi ha portato effettivamente a vivere in quei luoghi per lunghi periodi.
C'è dunque un'idea di “spostamento” all'origine del mio lavoro, che non va intesa nell'accezione del semplice viaggio. I frequenti spostamenti mi hanno costretta a confrontarmi con realtà complesse, spesso a me sconosciute, nelle quali ho dovuto necessariamente immergermi.
Sin dagli anni Novanta, quando nel dibattito pubblico l'attenzione verso quell'area non era ancora così acuta, mi sono rivolta al mondo arabo, dove ho vissuto e lavorato per circa tre anni. È in Marocco, infatti, che ho iniziato a sviluppare alcune peculiarità del mio lavoro che ancora oggi mi legano profondamente a quella cultura e che approfondirò poi in Medio Oriente, in Egitto e in Etiopia. In questi anni ho rafforzato e precisato un gusto per la decorazione antica e per il segno – come quello indelebile lasciato dalla zibibba sulla fronte dei credenti che quotidianamente poggiano la fronte sul tappeto per pregare – verso cui ero già predisposta per le mie origini siciliane.
Nel frattempo, però, il mondo è profondamente cambiato. E la curiosità, purtroppo, si è trasformata spesso in paura nelle società occidentali. Quello che per me all'inizio della mia carriera artistica era ricerca, ora è diventata dibattito politico e sociologico. Ma, indipendentemente da tutto ciò, la mia ricerca prosegue nella direzione originaria che mi ha condotto fin qui.

Il segno che ho proposto per la mostra “Place” vuole suscitare l'attenzione su una figura che, anche se può risultare non immediatamente identificabile, dovrebbe essere familiare a tutti perché vista sui libri di scuola, sui giornali o in televisione. Per qualcuno, forse, questa figura tenue e delicata, ma allo stesso tempo vasta e invadente evocherà innanzitutto l'origine della civiltà, mentre per altri, invece, sembrerà un'allusione alle guerre degli ultimi anni: in ogni caso questo segno ci coinvolge nel cuore della Storia.
Anche il concetto di “invadenza”, inteso in senso più intellettuale che fisico, è stato al centro di altri miei lavori, come nella serie di ricami No, Non li sopporto, Nausea, Senza presentata subito dopo il mio ritorno dall'Egitto dopo oltre un anno di permanenza. Anche in questo caso si tratta di un lavoro basato sul segno, un segno che diventa paradossalmente espressione di incomunicabilità con un mondo che nel corso del tempo, anziché chiarirsi, mi è apparso sempre più impenetrabile. Ho preferito che questo segno non venisse materialmente confezionato da me, ma da professionisti locali in modo da far emergere, senza ipocrisie, come da un rapporto conflittuale tra chi ospita e chi viene ospitato si possa sviluppare un nodo inestricabile e soffocante.
Data la natura autobiografica della mia ricerca, naturalmente in diversi lavori si può rintracciare anche è un filo sottile che mi riporta alla dimensione più intima delle mie origini: la Sicilia, la mia famiglia e il nome che porto. In un'opera del 2008, E così ora lo sai..., il segno è dato dalla fitta grafia presente in un vecchio quaderno di appunti scritto da mio padre – e da lui stesso letto durante il vernissage – dove le memorie di suo padre creano il filo conduttore della nostra famiglia, una traccia indelebile che passa da una generazione a un'altra, con nomi che cambiano, origini che si fanno incerte, cognomi imposti e genitori mai ritrovati.

www.adrianatorregrossa.com

Nel punto immobile del mondo rotante - Remo Salvadori


Remo Salvadori

Nel punto immobile del mondo rotante



Musei San Domenico - chiesa di San Giacomo, Forlì

19 giugno - 18 settembre 2016

a cura di Cristina Ambrosini e Davide Ferri





Nel punto immobile del mondo rotante stanno le forme nitide di Remo Salvadori nella loro apparente indifferenza dagli eventi che si manifestano in superficie. La personale allestita nell’ex chiesa di San Giacomo di Forlì distende con precisione il lessico fondamentale che l’artista toscano ha elaborato e sintetizzato fin dai primi anni Ottanta per sviluppare un discorso – come suggerisce il testo dei curatori – di stampo neoplatonico e geometrizzante. Il risultato finale, purtroppo, convince solo a metà. Il punto di forza è senz’altro costituito dal fatto che l’opera di Salvadori trova in questa architettura, restaurata di recente, l’occasione per far scoccare una scintilla con il simbolismo cristiano: il cerchio, il quadrato e il cilindro, che da buon erede della tradizione rinascimentale sono tra le forme più ricorrenti della sua produzione, enfatizzano in questo contesto la loro dimensione “sacra”, opportunamente posta a confronto con la mostra (ora conclusa) dedicata all’influenza dell’arte di Piero della Francesca in età moderna nelle sale dei Chiostri di San Domenico.

Ecco dunque un esempio di questa influenza, ma forse è troppo banale definirla in questo modo: l’influenza si può anche subire inconsapevolmente, mentre il lavoro di Salvadori si pone come lucida interpretazione di quei principi senza la puntigliosità della citazione. La grande treccia metallica di Continuo infinito presente sembra fissare a terra la navata della chiesa come un canapo. Il segno circolare, simbolo di perfezione, persistenza e stabilità, robusto lavorìo del tempo che alimenta se stesso, sembra assorbire in questa situazione dei significati cristologici quali possono essere evocati da una corona attorcigliata, certo senza spine ma che suggerisce un peso insostenibile. Il solido d’acqua di Lente liquida, dove si dà concretezza a un sottile equilibrio visivo tra contenitore e contenuto, si manifesta allo sguardo come un fonte battesimale che, attraverso la sua trasparenza e l’istante di stupore che produce, ci indica il miracolo di una purezza assoluta. Posto nell’abside, il Verticale, un foglio di rame alto poco più di un uomo, piegato a tubo e trattenuto da un anello che è un altro piccolo Continuo infinito presente, rivela il proprio potenziale una volta che, alla fine del percorso, ci si venga a trovare esattamente di fronte. In quel momento, nella parte concava sembra sciogliersi una sottile vibrazione verticale, sfuggente e lievemente perturbante, in cui riconosciamo il riflesso rossastro della nostra presenza. Possiamo così osservarci a figura intera, presenza davanti a presenza, cinti alla vita da un disagevole cordone, e muovendoci assistiamo alla metamorfosi del nostro doppio, alla sua consunzione, verrebbe da dire alla sua “sfigurazione”: Ecce Homo? Pare evidente che siamo noi, intesi come singoli individui e non come ricaduta terrena dell’Uomo ideale, il canone del discorso dell’artista.

Se la mostra si fermasse qui avremmo l’impressione che la razionalità che ispira l’opera di Salvadori non si confini in una astratta metafisica, ma che, con il contributo della nostra presenza, si inserisca nella concretezza del mondo. Invece a questi tre interventi ne sono stati aggiunti altri che sbilanciano il discorso verso le vette dell’Idea e che, non a caso, si notano solo in seconda battuta attraversando la navata. L’aggiunta di altre parole nello spazio allenta la tensione e fa stingere tutto l’insieme in un’impressione di anemia. L’origami metallico sospeso al soffitto della navata si inscrive sì nel grande cerchio a terra, ma l’accostamento sa di accademico didascalismo, così come la schematica collezione di altri sette pur affascinanti oggetti di questo tipo a terra poco più avanti – Alfabeto – assieme a un grande tappeto triangolare fatto di carte bianche e di un filo rosso che lo regolarizza, sembrano la dimostrazione di un teorema che riguarda territori molto mentali e però poco attuali, oltre al fatto che la serie e il triangolo dal punto di vista formale non danno l’impressione di coagularsi compiutamente. Colore, invece, descrive una mutazione attraverso una sequenza di cerchi cromatici, ma questo acquerello su carta, che nelle sue dimensioni rimanda ancora una volta a quelle umane, in questo contesto sembra semplicemente esornativo, come se l’intento fosse soprattutto quello di aggiungere un tocco vivace al tono brunito della mostra. L’elemento più discutibile è quello che vorrebbe essere per paradosso il più dialogante, ossia la scultura Concavo convesso su cui è adagiata una risma di poster offerti al visitatore, poster che si rivelano essere una locandina della mostra a tutto svantaggio dell’identità di opera a pieno titolo. Nella didascalia i poster non sono specificati come materiali, per cui non ci è chiaro se l’autore la consideri nell’insieme un’opera. In ogni caso, quando si propone al pubblico un manifesto da portare via non si può non tener conto della declinazione lirica che di questo segno ha fatto Felix Gonzales-Torres negli anni Ottanta. Se l’oggetto in sé, così come il nostro gesto, non sono leggibili in tutti i loro dettagli come opera, non si potrà poi evitare la delusione dello slittamento nel souvenir.


Massimo Marchetti

Donne Inquiete. Geografia e Identità 01


Percorsi urbani di arte femminile

Stazione Ferroviaria di Trieste, fino al 23 Maggio 2013
 

 

In una esperienza di confronto un gruppo di artiste, provenienti da svariate regioni italiane, si

incontrano in una città come Trieste per costruire un ponte operativo dell'arte che collega le loro città native con il mondo. Non c'è luogo più congeniale di una stazione ferroviaria dove iniziare un percorso espositivo dal titolo impegnativo “ Donne Inquiete. Geografia e Identità “. Donne di generazione, origine e formazione diverse, donne in movimento, donne che arrivano, donne che partono e che nell'intervallo da uno spostamento all'altro ci lasciano un ricordo codificato in arte. La dimensione di questi ricordi è quella di raccontare la loro identità geografica attraverso le forme, le tecniche e i contenuti che caratterizzano la produzione artistica contemporanea. Il filo conduttore non è la loro appartenenza ad un sistema dell'arte predominante, ma il tentativo di connettere delle pratiche differenti, di costruire dei linguaggi comunicanti, di sperimentare nuovi orizzonti di cambiamento culturale e politico, di trasformare attraverso atti creativi, fare riconoscere l’arte attraverso la tradizione per arrivare all'innovazione.

 

Alla Stazione Ferroviaria di Trieste dove una parte del progetto rimarrà allestito fino al 23 maggio, il coinvolgimento, a misura diversa, di tutte le parti tra il gestore della Stazione, Cento Stazioni, e i negozianti, i committenti, gli enti pubblici, i turisti e i cittadini, il parroco della Cappella e le artiste, implica un mettersi in discussione in un contesto specifico per riflettere su di esso, per ricordare il dimenticato come spesso l'origine, le radici della gente. Le artiste hanno saputo ascoltare i luoghi difficili di passaggio e anche le persone passanti, proponendo dei lavori molto diversi ma altrettanto accattivanti su piano concettuale e formale.

 

Adriana Torregrossa, artista siciliana che vive e lavora a Trieste, occupa una sequenza di vetrine vuote con un lavoro radicato nelle sue terre catanesi e nel passato dei suoi genitori. Il suo progetto  veste il colore dominante della segnaletica della Stazione, un blu marittimo che funge da sfondo ad una scritta bianca : sogna ( immagine in allegato) Qui si tratta di una pratica di intervento orientata a cogliere una dimensione più articolata che coinvolge anche la vita sociale, la qualità della vita, il vivere collettivo. Sotto il tetto di vetro nella parte ristrutturata della stazione, la piccola piazzetta è spesso popolata da persone bisognose che magari recentemente sono diventate vittime di un impoverimento brusco e inaspettato. Le identità plurali che definiscono sempre di più la società contemporanea, s'intrecciano di continuo e attivano una riflessione su chi abita la città e chi è di passaggio. Il sogno di Adriana Torregrossa resta li, percepibile, leggibile da tutte le prospettive della stazione affinché  qualcuno lo accolga, lo coltivi, contribuisca a fare un passo in avanti verso una piccolissima realizzazione personale. Il paradigma del sogno si ricollega anche alla vita dei genitori dell'artista, al loro grande amore documentato  nel libro“ Diario di due Cuori “ che contiene le lettere d'amore dal 1949 al 1953.

 

Marisa Tumicelli, poetessa di Verona, proviene dalla generazione delle maghe della parola come la sua amica del cuore Alda Merini. Il suo relazionarsi con l'arte avviene tramite un capitolo della storia che indissolubilmente è legata alla città di Verona : la storia di Giulietta Capuleti.

 

 

 

 

Così, la vetrina di una copisteria, situata all'inizio del tratto ristrutturato della Stazione, diventa palcoscenico per lo scenario “ Le Lacrime di Giulietta”, realizzate con materiali di forte valore simbolico, tra cui numerose gocce di vetro antico di Murano, e tulle bianche. L'installazione è composta di filiere di gocce di vetro che nascondono nel loro apparente splendore l'offrirsi di Giulietta all'amore senza riserve e la sua disperazione più straziante che finisce con un gesto tragico decisivo. Quanta sofferenza e morte provochino gli odi e le divisioni, nella Verona del Medioevo come nelle città del presente, ci può solo raccontare una poetessa artista della sensibilità di Marisa Tumicelli. E' una scommessa azzardata di voler scoprire quanti passanti si siano fermati per riflettere sul senso che abita nelle cose. L'arte contemporanea non viene solo presentata in una vetrina ma diventa anche soggetto dell'educazione : chiunque passi davanti alle vetrine, può anche non vedere, rifiutare l'insegnamento, negare l'esercizio di senso. Giulietta che piange rimpiange anche ciò.

 

Di fronte a Giulietta, separata da un involucro di negozi che danno sulla piazzetta coperta di vetro, risiede la “ Natività “ di Anna Maria Di Terlizzi, scultrice di Bari, nella Cappella quasi nascosta della Stazione. Un lavoro monumentale in chiave contemporanea, tra dipinto e scultura, allestito sulla  parete di sinistra, sorprende il visitatore sulla parete vicino all'ingresso della piccola chiesa. Chi varca la soglia, approfitta dell'occasione di appartarsi in uno spazio spirituale che esige silenzio e rispetto, lontano dai rumori della quotidianità in Stazione. Sono numerose le persone multietniche che cercano questa oasi consolante per affidarsi alla Madonna con il bambino, grazie all'iniziativa del parroco che con coraggio difende la coesistenza tra espressioni artistiche del passato e del presente. Solo a seconda vista l'opera rivela i codici della contemporaneità che rendono un tema ricorrente da Giotto a Caravaggio, cosi attuale : l'accento su un volto scuro coperto da un velo, il bambino scolpito e montato sulla tela dipinta. Anche qui, Anna Maria di Terlizzi va oltre la raffigurazione di una Natività. In modo consueto, l'artista riunisce e fa rivivere diversi momenti  storici e culturali, dalla Prestoria al Medioevo e alla contemporaneità. Ricordiamo in questo contesto  un'altra installazione di Anna Maria Di Terlizzi che ha dato il nome al progetto complessivo allestito a Trieste, dodici “Donne Inquiete” scolpite, che, nel loro insieme, rappresentano l'immaginario della donna in cammino, della donna che si mette in viaggio. Geograficamente. Psicologicamente. Intellettualmente. Un viaggio il cui percorso è aperto e che concede perdersi, voltare le spalle al passato e abbandonare le proprie sicurezze. Come donna e artista contemporanea, Anna Maria Di Terlizzi è comunque rimasta fedele alle suggestioni provenienti dal fecondo suolo pugliese che si intersecano con respiri mediterranei, aneliti africani e memorie orientali. 

 

La farmacia adiacente alla Cappella, con le sue vetrine abbondanti di suggerimenti per il benessere, ma anche per la bellezza, ha dato spazio a Leda Martari, pittrice veneta, i cui dipinti ravvivano il desiderio frequente dell'uomo di cercare un raggio di luce nell'armonia della natura, nei giardini, nel paesaggio. Poiché il termine “ farmacia”  ha assunto, nel tempo, anche altre valenze diversificate di apertura nel settore, la presenza del prisma cromatico acceso di Leda Martari in vetrina è un fattore consolidante per chi magari, per un momento, tra un viaggio e un altro, non si sente in forma, lo distrae dal dolore, lo porta via in un'atmosfera più allegra verso nuovi stimoli ricostituenti. Le rive del Garda si trasformano in “ bagliori dorati e riflessi argentei fra azzurri di cielo e acque “, come scrive la poetessa Marisa Tumicelli,  l'Arena di Verona invece offre “ una lettura di pietre, l'ossigeno consumato dei secoli".  

 

 

 

 

La sua pittura spesso serve da veicolo alle memorie collettive, associate a geografie comuni, a dei luoghi e ad altre immagini uscite dal quotidiano e dai suoi ricordi. Inabissando il tempo e lo spazio, crea delle sinfonie cromatiche che toccano immediatamente il nostro immaginario collettivo ed il sistema sensoriale di percezione.  Così i due dipinti “ Colori dentro suoni “ che nascono dall'interpretazione di una sinfonia di violino del Vivaldi, convertendo la composizione musicale in pittura, note che diventano petali, sempre più intensi sulla via graduale della dissoluzione formale.

 

Nell'arte pubblica, affermano in molti, la committenza viene dal basso, il che rovescia i rapporti di potere. Il progetto di vita che la pubblicità in generale propone è il più seduttivo possibile. Di conseguenza, l'identità personale è sempre più legata la consumo. Non si tratta più di ricezione critica da parte del fruitore, di un atto pedagogico di conoscenza, ma di utilità nel processo di auto-conferma.

 

Antonia Trevisan, artista di Vicenza, non ha temuto di proporre le sue opere al Bricco Café, il primo bar che il viaggiatore raggiunge dopo il suo arrivo in stazione. Le grandi vetrate che racchiudono un ampio spazio di ristoro, aperto al grande pubblico di passaggio giornaliero, non hanno mai accolto delle opere d'arte. Potrebbe diventare una nuova domanda sociale di rinunciare ai programmi televisivi di basso livello e di audio massacrante nei luoghi di massa e di sostituire i monitor ogni tanto con opere d'arte che, di primo impatto, tacciono. Parlano col tempo, come le visioni raffinate di Antonia Trevisan che s'impongono allo sguardo con tenacia per rimanere ancora dopo le immagini digitali dell'effimero, cappuccino e café, accostate alla sua arte. Interprete eccelsa della sua regione nativa,  l'artista riporta nelle sue incisioni dei misteriosi paesaggi lagunari che si fondono con cieli pallidi, che alludono alla patria dei sogni che comunque esiste al di là dell'orizzonte. Nella sua evoluzione artistica e umana Antonia Trevisan ha raggiunto un traguardo importante che viene impreziosito dalle sue stesse parole :” dipingere è insieme ritrovamento e sottrazione; è stendere il segno di questo passaggio, di questi contrasti, per ricordarmi ogni attimo quanto sono meravigliosamente viva.”

 

E' solo dando fiducia a questo nuovo approccio di guardare l'arte che può iniziare un nuovo modo di frequentazione di luoghi pubblici e di confronto con il complesso intreccio dei rapporti che vi si articolano. Una stazione ferroviaria viva e attiva è anche un luogo delle contraddizioni che richiede maggiore responsabilità di chi ci transita e di chi ne ha bisogno. Esporre in un luogo in cui domina la velocità, la precarietà, la flessibilità e la varietà, s'intende come lezione particolare dello sguardo affinché stimoli la nostra mente.

 
                                                                                                                                  beth vermeer, 2013