Visualizzazione post con etichetta News. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta News. Mostra tutti i post

 


Cantiere - fallimento autosabotaggio corporazioni

15 novembre 2025 dalle ore 16

Rebecca Agnes / Karin Andersen  / Philippa Armstrong / Alex Barracato / Bubbas Brigada / Nicola Bruschi / Giovanna Caimmi / Maria Grazia Cicerone / Silvia Cini / Cuoghi & Corsello / Mattia Dattolo / Dragoni Russo / Emilio Fantin / Francesco Finotti / Francesca Ferri / Penzo e Fiore / Carolina Gelardi / Gino Gianuizzi / Daniele Gasparinetti / Marina Gasparini / Gabriele Lamberti / Letizia Landi / Joey KoKa / Ferdinando Mazzitelli / Giancarlo Norese / Manuela Orlandi / Lisa Parola / Stefano W. Pasquini / Chiara Pergola / Fabiano Petricone / Rossella Piergallini / Premiata Ditta / Anteo Radovan / Lorenza Ravaglia / Susanna Ravelli / Andrea Renzini / Beatrice Ricci / Alessandro Rivola / Fabrizio Rivola / Martina Roberts / Camilla Sanguinetti / Simoncini Tangi / Paola Sabatti Bassini / Daniela Spagna Musso / Sofia Spinabelli / Petar Stanovic / Irene Tabai / Adriana Torregrossa / Angela Tragni / Ilaria Venturini


A cura di Annalisa Cattani

Novella Guerra, via Bergullo 15, Imola (BO)

fino al 13 febbraio 2026 (ingresso su prenotazione 335 6648415)

Al via la terza edizione di "Cantiere", evento a Novella Guerra all’insegna delle parole chiave fallimento, autosabotaggio, corporazioni.

Come nei precedenti incontri tutto si svolgerà in modo informale; ci saranno almeno due momenti performativi musicali e ci si potrà confrontare con una tavola rotonda sui temi centrali.

https://www.facebook.com/reel/861915546305857


Una linea più buia - Stefano Pasquini

 

Sabato, per Art City White Night, inauguro "Una linea più buia", personale al Museo Ebraico di Bologna a cura di Gabriele Tosi, in via Valdonica 1/5, dalle 21 alle 24. Ti aspetto!









8 febbraio 2025

Sono appena rientrato dalla visita alla mostra di Stefano al Museo Ebraico. 

 La mostra si chiama Una linea più buia, e muoversi tra le sale della collezione permanente per cercare le sue opere è stato come seguire un filo sottile e silenzioso.

Appena entrato, sulla destra, ho trovato un tavolo di legno. Sopra c’erano sette libri d'artista, alcuni finiti e altri lasciati a metà, che coprono un arco di tempo dal 1990 ad oggi. Sotto i libri, una stampa su TNT. 

Mi sono poi spostato verso il tavolo frontale e ho visto le lettere che Stefano appena quattordicenne scrisse a Primo Levi nel 1984, e le risposte originali dello scrittore. Le buste sono lì, con i francobolli e l'indirizzo scritto a macchina o a mano. Accanto alla corrispondenza, una scultura in poliuretano espanso bianco, intitolata Sevèrine, finished. Ha una superficie irregolare, quasi butterata, con colature di vernice spray che sembrano fermate nel tempo. D'altronde Stefano ama le imperfezioni nell'arte e le colature, perché trova "nella casualità proprio le letture della nostra vita".

Proseguendo, in una bacheca di vetro ho notato un piccolo blocco di gesso bianco, un cubetto di circa otto centimetri. Si intitola Forgive me (US1104). Sulle facce del gesso la scritta è tracciata in inchiostro nero, semplice e diretta.

Alzando lo sguardo, pende una grande bandiera di stoffa con sopra una frase cucita che pare un monito, quasi una domanda rivolta a chi passa: Do you cry often?

Nell’ultima sala un altro tavolo di legno. Questa volta c’è un libro d’artista non finito e una grande stampa fotografica sulla carta che si usa per i manifesti stradali. L’immagine ritrae un dettaglio ravvicinato di una scultura di Levi.

Sono uscito dal museo con la sensazione di aver sfogliato un archivio privato, fatto di carta ingiallita, gesso e plastica, in attesa che la White Night bolognese fuori riprendesse il suo rumore.

Gigi

Sabrina Mezzaqui vince il BPER Price

Sabrina Mezzaqui, Lettere (from Hannah Arendt, Martin Heidegger “Lettere 1925-1975”), 44,5×31,5 cm, 2010 (Galleria Massimo Minini, A15)
















"Lettere" (2010), opera di Sabrina Mezzaqui (artista presentata dalla Galleria Massimo Minini), vince la seconda edizione del BPER Prize, promosso in occasione di Arte Fiera Bologna (dal 7 al 9 febbraio presso gli spazi di Bologna Fiere), di cui BPER Banca è main partner per il prossimo triennio. si veda qui il comunicato stampa dell'annuncio della Galleria BPER Banca.
L’opera vincitrice del premio si inserisce nell’ambito del progetto espositivo di Sabrina Mezzaqui “I quaderni di Hannah Arendt”, a cura di Manuela Valentini e promossa dal CDD – Centro di Documentazione, Ricerca e Iniziativa delle Donne, presentato dal 6 al 14 febbraio presso l’Archivio di Storia delle Donne, in occasione di Art City Bologna 2025.

Io, mostro. Conforme/difforme misure di realtà nella pratica espositiva

SABATO 8 FEBBRAIO, ORE 12

Quartiere Fieristico di Bologna, Padiglioni 25 e 26 - Ingresso Costituzione

Parteciperanno l'autrice, Mario Lupano (storico e critico dell'architettura contemporanea) e Luca Lo Pinto (Direttore Artistico MACRO)
Link dell'evento:
https://www.artefiera.it/public-program/book-talk/io-mostro-conformedifforme-misure-di-realta-nella-pratica-espositiva/12545.html?FROM=site

Link al volume:
https://www.mimesisedizioni.it/libro/9791222312781





SINOSSI:

Nel panorama contemporaneo l’azione espositiva può essere interpretata come un processo che non si limita a mettere a disposizione opere o nozioni, ma permette di scoprire, smascherare, disvelare ciò che sta al di là dell’evidenza di scenari architettati ad arte; non un dato tecnico, quindi, ma un linguaggio utilizzato come codice autonomo, strumento critico autorevole per alimentare e al tempo stesso sfatare i “miti moderni” messi alla prova dalle contraddizioni del presente. Questo libro, testimonianza per prima cosa di un metodo didattico fatto di prove, di movimenti esplorativi e soprattutto di persone, scompone e ricompone le funzioni assegnate alle pratiche espositive in anni di veloci trasformazioni culturali e tecnologiche e si misura con le ragioni, le implicazioni e le contraddizioni che, a partire dall’inizio del nuovo millennio, ne hanno moltiplicato l’uso e la presenza. Le riflessioni che lo compongono sono il risultato di esperienze piuttosto che di teorie, dove i temi si sviluppano secondo un percorso non lineare, condizionato dalle urgenze del presente e dal confronto continuo con gli studenti della Scuola di Specializzazione in Beni Storico-Artistici dell’Università di Bologna. Ne risulta un recueil di testi nomadi, suscettibili di continuazione e di seguito, dove l’atto espositivo è inteso come espressione critica del tempo che lo produce. Non una storia del mostrare, dunque, né tanto meno un regesto delle mostre più rappresentative ma una sorta di “arcipelago concettuale”, un orientamento, o ancora un collage i cui elementi sono collegati gli uni agli altri dal potere prensile dell’attualità e dei suoi miti fluttuanti. Un lavoro rigoroso quanto stravagante, al di fuori di un ordine prefissato dalla consuetudine o dalla norma accademica, volutamente incompleto, o meglio non finito, per innescare dibattiti, provocare riflessioni alternative, esigere una continuazione.




Accomodati, Giacomo

 


Cavana Stories ricorda James Joyce 

a 120 anni dal suo arrivo a Trieste

domenica 20 ottobre 2024


A cura di Massimiliano Schiozzi

via della Pescheria, via San Rocco, via del Sale, via dei Capitelli, Trieste


Accomodati, Giacomo è una festa per celebrare il 120° anniversario dell'arrivo di James Joyce e Nora Barnacle a Trieste, il 20 ottobre 1904.

L'evento, realizzato in coorganizzazione con il Comune di Trieste, è inserito nell'ambito della rassegna Cavana Stories – giunta alla sesta edizione che l'associazione Cizerouno realizza da alcuni anni grazie al contributo della Regione Friuli Venezia Giulia – Direzione centrale attività produttive e turismo – e che ha tra i suoi fiori all'occhiello i tour serali condotti da Francesca Pitacco alla scoperta della Cavana notturna, che solo quest'anno hanno visto la partecipazione di oltre 400 persone.

Continuando la valorizzazione dei patrimoni culturali e di memorie di Cavana in un'ottica di turismo culturale "lento" ed esperenziale, Accomodati, Giacomo proporrà una serie di iniziative in vari spazi del quartiere ispirandosi sia agli anni di Joyce, e alle sue frequentazioni di bettole e bordelli, per arrivare fino ad anni più recenti della storia di Cavana. 

Si inizia alle ore 17 con You are a star, ragazza di Cavan in via della Pescheria, con la performance di Aurora Chiari (Milano, 1974) e Antonella Zilli (Udine, 1990) che realizzeranno un intervento di decorazione pubblica effimera. La via diventa una Walk of fame in cui, se nella città degli angeli le stelle in marmo ricordano gli indimenticabili attori e attrici di Hollywood, al centro di via della Pescheria si celebrano i nomi d’arte delle più iconiche prostitute della Cavana del Novecento, il cui ricordo vive ancora oggi nella memoria popolare del quartiere di Cittavecchia.

Alle ore 18, l'installazione del duo Dragoni-Russo (Brescia 1968, Bologna 1970) Accomodati, Giacomo trasforma il Cavò, lo spazio espositivo in via San Rocco, in un ambiente di luci, trame, ombre e ricami che darà simbolicamente il benvenuto a “Giacomo”, citando sia le innumerevoli stanze in affitto che James e Nora ebbero a Trieste, sia le atmosfere crepuscolari delle case chiuse che Joyce frequentò e che fanno parte della storia della città. Come ricordano Dragoni-Russo: “Il progetto ha preso vita attraverso dei racconti che alcuni amici triestini ci hanno offerto, nei quali traspariva un grande amore per la città, in ogni sua sfaccettatura. L’idea che abbiamo maturato intendeva mettere in luce alcune figure femminili che sono state l’anima celata e vera della Cavana novecentesca”.

L'installazione sarà visibile attraverso le vetrine del Cavò tutte le notti fino al 3 novembre 2024.

Infine, passeggiando per i vicoli di Cavana illuminati dalle luci di Doublin’, alle ore 20 l’ingresso della Casa della musica ci accoglierà tra immagini d’epoca e luci rosse. I suoni di Nora, il sound design in cui Michael Petronio/ BTaste (1987) fonderà suoni e rumori per un’esperienza completa e sinestetica ispirata al tema dell’attesa. L’attesa di Nora Barnacle davanti alla stazione di Trieste di quel 20 ottobre 1904 mentre “Giacomo” Joyce si era perso tra i fumi della Cittavecchia, le infinite attese che hanno popolato gli ambienti della Casa della musica quando era una delle più famose case chiuse della città.  



Cantiere

 


Cantiere - fallimento autosabotaggio corporazioni

29 settembre 2024 ore 16

Agnes / Andersen  / Contin / Di Dio / Dragoni Russo / Facco / Fantin / Finotti / Fontana / Galegati / Gasparinetti / Gasparini / Giambi / Penzo e Fiore / Mazzitelli / Norese / Pergola / Pasquini / Piergallini / Radovan / Ravelli / Renzi / Renzini / Rivola - Stanovic / Simoncini Tangi / Spagna Musso / Tassinari / Torregrossa / Zanetti

A cura di Annalisa Cattani

Novella Guerra, via Bergullo 15, Imola (BO)

fino al 13 ottobre 2024 (ingresso su prenotazione 335 6648415)

"Cantiere" è un work in progress all'interno della casa in ristrutturazione, che sarà riabitata da alcune opere ma soprattutto da un gruppo in crescendo, sempre più attivo in questa realtà che propone arte, incontri e ricerca all'insegna della familiarità e di un'avanguardia condivisa e costantemente messa in discussione.

In ricordo di Alberto Garutti


Ricordo che dopo aver seguito le varie presentazioni dei Corsi di Pittura dell’Accademia di Bologna, quella di Garutti mi aveva totalmente catturato. Era il 1990. Gli scrissi subito una lettera, di cui

purtroppo non conservo copia. La lettera era anonima, per correttezza, perché se da una parte ero molto critica su certi atteggiamenti, dall’altra elogiavo l’approccio e la modalità da lui scelta. Quindi ho lasciato l’anonimato. La lettera l’ha ricevuta e l’ha letta anche in aula e ricordo bene che apprezzò il fatto che non fosse firmata. Era giusto così per i sui contenuti.
Non avevo molto denaro all’epoca e vivevo con lavoro precario. Ma tutti i miei guadagni finivano lì, perché la priorità era l’opera, il lavoro, lo studio, visitare i Musei, le Mostre, studiare. Così avevo
appreso come l’artista se vuole percorrere questa strada e se ci crede, deve sacrificarsi, su tutto, su tutti i fronti. Mangiavo meno ma non mi perdevo una mostra importante. Ricordo che visitai Documenta
del 1990, la mia prima Documenta, in condizioni disastrose. In treno viaggiando di notte e risparmiando due notti in ostello. E’ l’insegnamento che ho ricevuto da lui. Solo due anni prima non avrei mai fatto nulla del genere. Nessuno me lo aveva insegnato.
Quando ho iniziato il corso con Garutti non provenivo dal liceo ma da un percorso di laurea appena concluso. “La mia formazione” si aspettava che in Accademia si imparasse a dipingere e disegnare.
Quando ho scoperto che quello dovevo impararlo eventualmente da sola e che qualcuno mi insegnava a pensare ne fui felice.
Mi ha insegnato ad imparare prima di tutto. E non smettere mai di farlo. Ho imparato ad avere un approccio consapevole verso l’arte, che, nel caso non avessi incontrato lui, non avrei mai potuto
avere. Di questo ne sono pressoché certa. Mi ha insegnato a conoscere l’arte e gli artisti, mi ha dato il via e… poi se vuoi il mondo è lì, te lo devi saper prendere. E visto che le capacità le hai se vuoi puoi fare da sola.

Grazie Alberto.

Adriana Torregrossa 

Questi pensieri sono liberamente tratti, e rielaborati per questa occasione, da un’intervista che ho rilasciato a Davide Ballario per una tesi di laurea del 2017, il cui contenuto non è ancora pubblico.

 


Il Centro d’Arte Novella Guerra è tra le realtà territoriali che ospiteranno le/gli artiste/i del 𝗡𝘂𝗼𝘃𝗼 𝗙𝗼𝗿𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗣𝗮𝗻𝗲 𝗢𝘂𝘁𝗱𝗼𝗼𝗿 𝗘𝗱𝗶𝘁𝗶𝗼𝗻.
Lo spazio, fondato e gestito dall’artista Annalisa Cattani, è immerso nella campagna delle colline imolesi, circondata da un giardino con frutteto e vigna e co-abitato da svariati animali, parte integranti dell’atmosfera.
Per maggiori informazioni sulla struttura, si prega la visione dell’Allegato A, presente nell’Avviso Pubblico.
La scadenza per inviare la propria candidatura e tutta la documentazione richiesta è il 9 gennaio 2023 alle ore 12.
Il progetto rientra nelle azioni di #OfficinaCreativa per #Bologna, percorso di creazione del sistema culturale metropolitano promosso da @comunedibologna e #CittàMetropolitanadiBologna, con il supporto di @fondazioneinnovazioneurbana.


LA COLLEZIONE FRANCO FARINA. Arte e Avanguardia a Ferrara 1963-1993



Organizzatori
Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea in collaborazione con l’Università degli Studi di Ferrara

A cura di
Maria Luisa Pacelli, Ada Patrizia Fiorillo, Chiara Vorrasi, Lorenza Roversi, Massimo Marchetti

«Se un giorno si farà la storia delle attività espositive in Italia, nell’ambito dell’ente pubblico e relativamente all’arte contemporanea, un capitolo di essa dovrà riguardare Franco Farina, forse il caso più perspicuo nel corso degli anni Settanta». A scriverlo, nel lontano 1993, è Renato Barilli, testimone di prima mano del lavoro che andava svolgendo il “Maestro Farina” a Palazzo dei Diamanti e alla Civica Galleria di Arte Moderna di Ferrara.
Dal 1963 al 1993, trentennio della sua direzione, la città è diventata un punto di riferimento per l’arte contemporanea. Nelle sue sedi museali sono transitati, tra gli altri, Warhol, Rauschenberg, Schifano, Vedova, i videoartisti e tanta parte della critica nazionale e internazionale. In pochi anni, come per incanto, l’antica capitale estense si risvegliava effervescente e vivace, affermandosi sulla mappa del contemporaneo accanto a poli ben più grandi e importanti. In questi decenni sono stati organizzati quasi 1.000 eventi, frutto di un preciso progetto culturale, fitto di incontri, relazioni, prospettive. È in questi anni che i Diamanti si impongono in Italia come la sede privilegiata di grandi mostre capaci di attrarre tanto il vasto pubblico, quanto i fruitori abituali del mondo dell’arte e gli addetti ai lavori.
Del fermento di quel tempo è certamente testimonianza la raccolta appartenuta a Franco Farina, scomparso nel 2018. Dando seguito alla sua volontà, Lola Bonora, sua erede e storica direttrice del Centro Video Arte, ha donato al Comune di Ferrara e alle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea un ampio nucleo di opere che vanno ad arricchire le civiche collezioni di un valore che è al tempo stesso artistico e memoriale.
Dal prossimo 21 dicembre al 15 marzo 2020, un’ampia selezione della donazione verrà presentata al pubblico in dialogo con opere delle Gallerie. Il duplice intento dell’esposizione è restituire uno spaccato organico del panorama culturale e del fermento creativo cittadino di quegli anni e, parallelamente, raccontare la raccolta privata in relazione all’attività di promozione artistica svolta da Farina.
Si tratta di un articolato tracciato espositivo che, dagli studi e dalle opere su carta di maestri del Novecento come Carlo Carrà e Giorgio de Chirico, muove verso lo spazialismo di Lucio Fontana, l’informale di Emilio Vedova, il New Dada di Robert Rauschenberg, il Nouveau Réalisme e la pop art di Mimmo Rotella e Mario Schifano fino alle sperimentazioni cinetiche di Getulio Alviani e Gianni Colombo.
Il racconto della mostra ripercorre cronologicamente quella stagione espositiva, rileggendo alcuni tra i principali eventi allora promossi alla luce di preziosi e inediti materiali d’archivio. Casi esemplari sono la storica esposizione I pittori italiani dopo il Novecento, che riunisce i protagonisti del dibattito tra arte figurativa e astratta degli anni Cinquanta, o la memorabile prima assoluta di Ladies and gentlemen di Andy Warhol. Ad arricchire la narrazione figureranno manifesti, video e una documentazione fotografica delle mostre, oltre alla corrispondenza tra il direttore e artisti, intellettuali – tra i quali, Franco Solmi, Maurizio Calvesi, Janus o Arturo Carlo Quintavalle – e importanti realtà culturali, quali la Sonnabend Gallery di New York, il Cavallino di Venezia e la galleria Schwarz di Milano.
Infine, il reenactment di due rassegne degli anni Settanta – Omaggio all’Ariosto e Diversi aspetti dell’arte esatta – porrà in risalto alcune peculiarità del programma culturale di Farina, quali la volontà di testimoniare le tendenze contemporanee senza rinunciare a ripensare alla tradizione e l’attenzione al ruolo didattico e formativo dell’istituzione museale: «è una “galleria aperta” – dirà il maestro nel 1976 – uno dei pochi esempi nella nazione. Non possiamo rinunciare al compito di creare negli anni un pubblico consapevole, maturo e informato».

CASA FRAGILE




Casa Fragile

LIUBA, Laure Keyrouz, Amanda McGregor, Fabrizio Rivola, Dragoni Russo, Simoncini Tangi

Centro d'arte Novella Guerra


Il giorno 31 marzo 2018 lo spazio di residenza e resistenza Novella Guerra ci ospita con una nuova mostra e breve residenza di alcuni artisti, curatori e amici.
Negli ultimi due anni Novella Guerra è stata un luogo e un progetto itinerante che ha promosso interventi di arte partecipata con “Quando un posto diventa un Luogo” così come incontri di approfondimento in cui si è riflettuto insieme sulla portata e sulle modalità di azione degli spazi indipendenti. (vedi Nesxt Torino a cura di Olga Gambari, in collaborazione con Maura Banfo)
Alla luce di queste esperienze nasce “Casa fragile”, più che una mostra si tratta di un racconto fatto di persone, e lavori che raccontano persone e legami e si fanno capitoli di un ulteriore racconto in cui i pensieri dell’uno trovano continuità narrativa nel lavoro dell’altro.
Nasce dal bisogno di ripartire da qui, da questa campagna, da questi luoghi un po’ appartati per ri-incontrarsi e fare il punto unendo quasi per caso, ma in realtà per prossimità e per modalità alcuni amici con cui da anni si collabora e si condividono ricerca e “contrattempi”. In effetti quando si lavora come spazi indipendenti-resistenti si lavora più di contrattempo e di contrappunto, perché ogni programmazione e definizione si contraddice con il luogo e i modi e il sistema che abbraccia o che si trova a dovere abbracciare.
L’intervento dell’artista libanese Laure Keyrouz, vedrà l’installazione di una casa di vetro sul prato, per contrassegnare l’inizio di un percorso di residenza che si concluderà tra alcuni mesi con la realizzazione di un progetto di arte partecipata in collaborazione con alcune classi delle scuole imolesi. Amanda Mc Gregor ci ha portato da Londra una piccola casa di carta da parati che invita a connettersi con un video da Londra, l’imolese Fabrizio Rivola interverrà con l’installazione “Non Finito” costituita da una cinquantina di tele dipinte negli ultimi anni, all’insegna di una ricerca che si nutre di slancio vitale e coazione a ripetere, LIUBA nel suo video tratto da "Refugees Welcome Projects" ,indaga sulla fragilità e sulla precarietà del rifugiato in arrivo, verso una dimora ignota desiderata e temuta al contempo, la coppia di artisti pratesi Simoncini Tangi infine ci porterà Sky-Light- un'installazione formata da -lanterne- luminose contenenti acqua, fiori e radici. Ogni oggetto e' sospeso con delle corde, i contenitori ruotano su se stessi e in questa ciclicità le forme ci raccontano dei flussi e dei turbini cui e' sottoposta la materie organica in immersione, raccontandoci la fragilità di un’ energia costantemente in divenire che tuttavia garantisce il vivere.

Adriana Torregrossa - Commonplace



Commonplace - Ruskin Gallery & Gallery 9, Cambridge (UK)

PLACE: Relinking, Relating, Relaying
An exhibition by artists from Italy, Slovenia, Bosnia & Herzegovina and Cambridge
25 January – 17 February 2018
a cura di Robert Good e Rebecca Ilett

Per parlare del mio lavoro debbo fare una premessa: l'attenzione che ho spesso dedicato a culture lontane dalla mia non è convenzionale ma è motivata da un percorso che mi ha portato effettivamente a vivere in quei luoghi per lunghi periodi.
C'è dunque un'idea di “spostamento” all'origine del mio lavoro, che non va intesa nell'accezione del semplice viaggio. I frequenti spostamenti mi hanno costretta a confrontarmi con realtà complesse, spesso a me sconosciute, nelle quali ho dovuto necessariamente immergermi.
Sin dagli anni Novanta, quando nel dibattito pubblico l'attenzione verso quell'area non era ancora così acuta, mi sono rivolta al mondo arabo, dove ho vissuto e lavorato per circa tre anni. È in Marocco, infatti, che ho iniziato a sviluppare alcune peculiarità del mio lavoro che ancora oggi mi legano profondamente a quella cultura e che approfondirò poi in Medio Oriente, in Egitto e in Etiopia. In questi anni ho rafforzato e precisato un gusto per la decorazione antica e per il segno – come quello indelebile lasciato dalla zibibba sulla fronte dei credenti che quotidianamente poggiano la fronte sul tappeto per pregare – verso cui ero già predisposta per le mie origini siciliane.
Nel frattempo, però, il mondo è profondamente cambiato. E la curiosità, purtroppo, si è trasformata spesso in paura nelle società occidentali. Quello che per me all'inizio della mia carriera artistica era ricerca, ora è diventata dibattito politico e sociologico. Ma, indipendentemente da tutto ciò, la mia ricerca prosegue nella direzione originaria che mi ha condotto fin qui.

Il segno che ho proposto per la mostra “Place” vuole suscitare l'attenzione su una figura che, anche se può risultare non immediatamente identificabile, dovrebbe essere familiare a tutti perché vista sui libri di scuola, sui giornali o in televisione. Per qualcuno, forse, questa figura tenue e delicata, ma allo stesso tempo vasta e invadente evocherà innanzitutto l'origine della civiltà, mentre per altri, invece, sembrerà un'allusione alle guerre degli ultimi anni: in ogni caso questo segno ci coinvolge nel cuore della Storia.
Anche il concetto di “invadenza”, inteso in senso più intellettuale che fisico, è stato al centro di altri miei lavori, come nella serie di ricami No, Non li sopporto, Nausea, Senza presentata subito dopo il mio ritorno dall'Egitto dopo oltre un anno di permanenza. Anche in questo caso si tratta di un lavoro basato sul segno, un segno che diventa paradossalmente espressione di incomunicabilità con un mondo che nel corso del tempo, anziché chiarirsi, mi è apparso sempre più impenetrabile. Ho preferito che questo segno non venisse materialmente confezionato da me, ma da professionisti locali in modo da far emergere, senza ipocrisie, come da un rapporto conflittuale tra chi ospita e chi viene ospitato si possa sviluppare un nodo inestricabile e soffocante.
Data la natura autobiografica della mia ricerca, naturalmente in diversi lavori si può rintracciare anche è un filo sottile che mi riporta alla dimensione più intima delle mie origini: la Sicilia, la mia famiglia e il nome che porto. In un'opera del 2008, E così ora lo sai..., il segno è dato dalla fitta grafia presente in un vecchio quaderno di appunti scritto da mio padre – e da lui stesso letto durante il vernissage – dove le memorie di suo padre creano il filo conduttore della nostra famiglia, una traccia indelebile che passa da una generazione a un'altra, con nomi che cambiano, origini che si fanno incerte, cognomi imposti e genitori mai ritrovati.

www.adrianatorregrossa.com

Nel punto immobile del mondo rotante - Remo Salvadori


Remo Salvadori

Nel punto immobile del mondo rotante



Musei San Domenico - chiesa di San Giacomo, Forlì

19 giugno - 18 settembre 2016

a cura di Cristina Ambrosini e Davide Ferri





Nel punto immobile del mondo rotante stanno le forme nitide di Remo Salvadori nella loro apparente indifferenza dagli eventi che si manifestano in superficie. La personale allestita nell’ex chiesa di San Giacomo di Forlì distende con precisione il lessico fondamentale che l’artista toscano ha elaborato e sintetizzato fin dai primi anni Ottanta per sviluppare un discorso – come suggerisce il testo dei curatori – di stampo neoplatonico e geometrizzante. Il risultato finale, purtroppo, convince solo a metà. Il punto di forza è senz’altro costituito dal fatto che l’opera di Salvadori trova in questa architettura, restaurata di recente, l’occasione per far scoccare una scintilla con il simbolismo cristiano: il cerchio, il quadrato e il cilindro, che da buon erede della tradizione rinascimentale sono tra le forme più ricorrenti della sua produzione, enfatizzano in questo contesto la loro dimensione “sacra”, opportunamente posta a confronto con la mostra (ora conclusa) dedicata all’influenza dell’arte di Piero della Francesca in età moderna nelle sale dei Chiostri di San Domenico.

Ecco dunque un esempio di questa influenza, ma forse è troppo banale definirla in questo modo: l’influenza si può anche subire inconsapevolmente, mentre il lavoro di Salvadori si pone come lucida interpretazione di quei principi senza la puntigliosità della citazione. La grande treccia metallica di Continuo infinito presente sembra fissare a terra la navata della chiesa come un canapo. Il segno circolare, simbolo di perfezione, persistenza e stabilità, robusto lavorìo del tempo che alimenta se stesso, sembra assorbire in questa situazione dei significati cristologici quali possono essere evocati da una corona attorcigliata, certo senza spine ma che suggerisce un peso insostenibile. Il solido d’acqua di Lente liquida, dove si dà concretezza a un sottile equilibrio visivo tra contenitore e contenuto, si manifesta allo sguardo come un fonte battesimale che, attraverso la sua trasparenza e l’istante di stupore che produce, ci indica il miracolo di una purezza assoluta. Posto nell’abside, il Verticale, un foglio di rame alto poco più di un uomo, piegato a tubo e trattenuto da un anello che è un altro piccolo Continuo infinito presente, rivela il proprio potenziale una volta che, alla fine del percorso, ci si venga a trovare esattamente di fronte. In quel momento, nella parte concava sembra sciogliersi una sottile vibrazione verticale, sfuggente e lievemente perturbante, in cui riconosciamo il riflesso rossastro della nostra presenza. Possiamo così osservarci a figura intera, presenza davanti a presenza, cinti alla vita da un disagevole cordone, e muovendoci assistiamo alla metamorfosi del nostro doppio, alla sua consunzione, verrebbe da dire alla sua “sfigurazione”: Ecce Homo? Pare evidente che siamo noi, intesi come singoli individui e non come ricaduta terrena dell’Uomo ideale, il canone del discorso dell’artista.

Se la mostra si fermasse qui avremmo l’impressione che la razionalità che ispira l’opera di Salvadori non si confini in una astratta metafisica, ma che, con il contributo della nostra presenza, si inserisca nella concretezza del mondo. Invece a questi tre interventi ne sono stati aggiunti altri che sbilanciano il discorso verso le vette dell’Idea e che, non a caso, si notano solo in seconda battuta attraversando la navata. L’aggiunta di altre parole nello spazio allenta la tensione e fa stingere tutto l’insieme in un’impressione di anemia. L’origami metallico sospeso al soffitto della navata si inscrive sì nel grande cerchio a terra, ma l’accostamento sa di accademico didascalismo, così come la schematica collezione di altri sette pur affascinanti oggetti di questo tipo a terra poco più avanti – Alfabeto – assieme a un grande tappeto triangolare fatto di carte bianche e di un filo rosso che lo regolarizza, sembrano la dimostrazione di un teorema che riguarda territori molto mentali e però poco attuali, oltre al fatto che la serie e il triangolo dal punto di vista formale non danno l’impressione di coagularsi compiutamente. Colore, invece, descrive una mutazione attraverso una sequenza di cerchi cromatici, ma questo acquerello su carta, che nelle sue dimensioni rimanda ancora una volta a quelle umane, in questo contesto sembra semplicemente esornativo, come se l’intento fosse soprattutto quello di aggiungere un tocco vivace al tono brunito della mostra. L’elemento più discutibile è quello che vorrebbe essere per paradosso il più dialogante, ossia la scultura Concavo convesso su cui è adagiata una risma di poster offerti al visitatore, poster che si rivelano essere una locandina della mostra a tutto svantaggio dell’identità di opera a pieno titolo. Nella didascalia i poster non sono specificati come materiali, per cui non ci è chiaro se l’autore la consideri nell’insieme un’opera. In ogni caso, quando si propone al pubblico un manifesto da portare via non si può non tener conto della declinazione lirica che di questo segno ha fatto Felix Gonzales-Torres negli anni Ottanta. Se l’oggetto in sé, così come il nostro gesto, non sono leggibili in tutti i loro dettagli come opera, non si potrà poi evitare la delusione dello slittamento nel souvenir.


Massimo Marchetti

Donne Inquiete. Geografia e Identità 01


Percorsi urbani di arte femminile

Stazione Ferroviaria di Trieste, fino al 23 Maggio 2013
 

 

In una esperienza di confronto un gruppo di artiste, provenienti da svariate regioni italiane, si

incontrano in una città come Trieste per costruire un ponte operativo dell'arte che collega le loro città native con il mondo. Non c'è luogo più congeniale di una stazione ferroviaria dove iniziare un percorso espositivo dal titolo impegnativo “ Donne Inquiete. Geografia e Identità “. Donne di generazione, origine e formazione diverse, donne in movimento, donne che arrivano, donne che partono e che nell'intervallo da uno spostamento all'altro ci lasciano un ricordo codificato in arte. La dimensione di questi ricordi è quella di raccontare la loro identità geografica attraverso le forme, le tecniche e i contenuti che caratterizzano la produzione artistica contemporanea. Il filo conduttore non è la loro appartenenza ad un sistema dell'arte predominante, ma il tentativo di connettere delle pratiche differenti, di costruire dei linguaggi comunicanti, di sperimentare nuovi orizzonti di cambiamento culturale e politico, di trasformare attraverso atti creativi, fare riconoscere l’arte attraverso la tradizione per arrivare all'innovazione.

 

Alla Stazione Ferroviaria di Trieste dove una parte del progetto rimarrà allestito fino al 23 maggio, il coinvolgimento, a misura diversa, di tutte le parti tra il gestore della Stazione, Cento Stazioni, e i negozianti, i committenti, gli enti pubblici, i turisti e i cittadini, il parroco della Cappella e le artiste, implica un mettersi in discussione in un contesto specifico per riflettere su di esso, per ricordare il dimenticato come spesso l'origine, le radici della gente. Le artiste hanno saputo ascoltare i luoghi difficili di passaggio e anche le persone passanti, proponendo dei lavori molto diversi ma altrettanto accattivanti su piano concettuale e formale.

 

Adriana Torregrossa, artista siciliana che vive e lavora a Trieste, occupa una sequenza di vetrine vuote con un lavoro radicato nelle sue terre catanesi e nel passato dei suoi genitori. Il suo progetto  veste il colore dominante della segnaletica della Stazione, un blu marittimo che funge da sfondo ad una scritta bianca : sogna ( immagine in allegato) Qui si tratta di una pratica di intervento orientata a cogliere una dimensione più articolata che coinvolge anche la vita sociale, la qualità della vita, il vivere collettivo. Sotto il tetto di vetro nella parte ristrutturata della stazione, la piccola piazzetta è spesso popolata da persone bisognose che magari recentemente sono diventate vittime di un impoverimento brusco e inaspettato. Le identità plurali che definiscono sempre di più la società contemporanea, s'intrecciano di continuo e attivano una riflessione su chi abita la città e chi è di passaggio. Il sogno di Adriana Torregrossa resta li, percepibile, leggibile da tutte le prospettive della stazione affinché  qualcuno lo accolga, lo coltivi, contribuisca a fare un passo in avanti verso una piccolissima realizzazione personale. Il paradigma del sogno si ricollega anche alla vita dei genitori dell'artista, al loro grande amore documentato  nel libro“ Diario di due Cuori “ che contiene le lettere d'amore dal 1949 al 1953.

 

Marisa Tumicelli, poetessa di Verona, proviene dalla generazione delle maghe della parola come la sua amica del cuore Alda Merini. Il suo relazionarsi con l'arte avviene tramite un capitolo della storia che indissolubilmente è legata alla città di Verona : la storia di Giulietta Capuleti.

 

 

 

 

Così, la vetrina di una copisteria, situata all'inizio del tratto ristrutturato della Stazione, diventa palcoscenico per lo scenario “ Le Lacrime di Giulietta”, realizzate con materiali di forte valore simbolico, tra cui numerose gocce di vetro antico di Murano, e tulle bianche. L'installazione è composta di filiere di gocce di vetro che nascondono nel loro apparente splendore l'offrirsi di Giulietta all'amore senza riserve e la sua disperazione più straziante che finisce con un gesto tragico decisivo. Quanta sofferenza e morte provochino gli odi e le divisioni, nella Verona del Medioevo come nelle città del presente, ci può solo raccontare una poetessa artista della sensibilità di Marisa Tumicelli. E' una scommessa azzardata di voler scoprire quanti passanti si siano fermati per riflettere sul senso che abita nelle cose. L'arte contemporanea non viene solo presentata in una vetrina ma diventa anche soggetto dell'educazione : chiunque passi davanti alle vetrine, può anche non vedere, rifiutare l'insegnamento, negare l'esercizio di senso. Giulietta che piange rimpiange anche ciò.

 

Di fronte a Giulietta, separata da un involucro di negozi che danno sulla piazzetta coperta di vetro, risiede la “ Natività “ di Anna Maria Di Terlizzi, scultrice di Bari, nella Cappella quasi nascosta della Stazione. Un lavoro monumentale in chiave contemporanea, tra dipinto e scultura, allestito sulla  parete di sinistra, sorprende il visitatore sulla parete vicino all'ingresso della piccola chiesa. Chi varca la soglia, approfitta dell'occasione di appartarsi in uno spazio spirituale che esige silenzio e rispetto, lontano dai rumori della quotidianità in Stazione. Sono numerose le persone multietniche che cercano questa oasi consolante per affidarsi alla Madonna con il bambino, grazie all'iniziativa del parroco che con coraggio difende la coesistenza tra espressioni artistiche del passato e del presente. Solo a seconda vista l'opera rivela i codici della contemporaneità che rendono un tema ricorrente da Giotto a Caravaggio, cosi attuale : l'accento su un volto scuro coperto da un velo, il bambino scolpito e montato sulla tela dipinta. Anche qui, Anna Maria di Terlizzi va oltre la raffigurazione di una Natività. In modo consueto, l'artista riunisce e fa rivivere diversi momenti  storici e culturali, dalla Prestoria al Medioevo e alla contemporaneità. Ricordiamo in questo contesto  un'altra installazione di Anna Maria Di Terlizzi che ha dato il nome al progetto complessivo allestito a Trieste, dodici “Donne Inquiete” scolpite, che, nel loro insieme, rappresentano l'immaginario della donna in cammino, della donna che si mette in viaggio. Geograficamente. Psicologicamente. Intellettualmente. Un viaggio il cui percorso è aperto e che concede perdersi, voltare le spalle al passato e abbandonare le proprie sicurezze. Come donna e artista contemporanea, Anna Maria Di Terlizzi è comunque rimasta fedele alle suggestioni provenienti dal fecondo suolo pugliese che si intersecano con respiri mediterranei, aneliti africani e memorie orientali. 

 

La farmacia adiacente alla Cappella, con le sue vetrine abbondanti di suggerimenti per il benessere, ma anche per la bellezza, ha dato spazio a Leda Martari, pittrice veneta, i cui dipinti ravvivano il desiderio frequente dell'uomo di cercare un raggio di luce nell'armonia della natura, nei giardini, nel paesaggio. Poiché il termine “ farmacia”  ha assunto, nel tempo, anche altre valenze diversificate di apertura nel settore, la presenza del prisma cromatico acceso di Leda Martari in vetrina è un fattore consolidante per chi magari, per un momento, tra un viaggio e un altro, non si sente in forma, lo distrae dal dolore, lo porta via in un'atmosfera più allegra verso nuovi stimoli ricostituenti. Le rive del Garda si trasformano in “ bagliori dorati e riflessi argentei fra azzurri di cielo e acque “, come scrive la poetessa Marisa Tumicelli,  l'Arena di Verona invece offre “ una lettura di pietre, l'ossigeno consumato dei secoli".  

 

 

 

 

La sua pittura spesso serve da veicolo alle memorie collettive, associate a geografie comuni, a dei luoghi e ad altre immagini uscite dal quotidiano e dai suoi ricordi. Inabissando il tempo e lo spazio, crea delle sinfonie cromatiche che toccano immediatamente il nostro immaginario collettivo ed il sistema sensoriale di percezione.  Così i due dipinti “ Colori dentro suoni “ che nascono dall'interpretazione di una sinfonia di violino del Vivaldi, convertendo la composizione musicale in pittura, note che diventano petali, sempre più intensi sulla via graduale della dissoluzione formale.

 

Nell'arte pubblica, affermano in molti, la committenza viene dal basso, il che rovescia i rapporti di potere. Il progetto di vita che la pubblicità in generale propone è il più seduttivo possibile. Di conseguenza, l'identità personale è sempre più legata la consumo. Non si tratta più di ricezione critica da parte del fruitore, di un atto pedagogico di conoscenza, ma di utilità nel processo di auto-conferma.

 

Antonia Trevisan, artista di Vicenza, non ha temuto di proporre le sue opere al Bricco Café, il primo bar che il viaggiatore raggiunge dopo il suo arrivo in stazione. Le grandi vetrate che racchiudono un ampio spazio di ristoro, aperto al grande pubblico di passaggio giornaliero, non hanno mai accolto delle opere d'arte. Potrebbe diventare una nuova domanda sociale di rinunciare ai programmi televisivi di basso livello e di audio massacrante nei luoghi di massa e di sostituire i monitor ogni tanto con opere d'arte che, di primo impatto, tacciono. Parlano col tempo, come le visioni raffinate di Antonia Trevisan che s'impongono allo sguardo con tenacia per rimanere ancora dopo le immagini digitali dell'effimero, cappuccino e café, accostate alla sua arte. Interprete eccelsa della sua regione nativa,  l'artista riporta nelle sue incisioni dei misteriosi paesaggi lagunari che si fondono con cieli pallidi, che alludono alla patria dei sogni che comunque esiste al di là dell'orizzonte. Nella sua evoluzione artistica e umana Antonia Trevisan ha raggiunto un traguardo importante che viene impreziosito dalle sue stesse parole :” dipingere è insieme ritrovamento e sottrazione; è stendere il segno di questo passaggio, di questi contrasti, per ricordarmi ogni attimo quanto sono meravigliosamente viva.”

 

E' solo dando fiducia a questo nuovo approccio di guardare l'arte che può iniziare un nuovo modo di frequentazione di luoghi pubblici e di confronto con il complesso intreccio dei rapporti che vi si articolano. Una stazione ferroviaria viva e attiva è anche un luogo delle contraddizioni che richiede maggiore responsabilità di chi ci transita e di chi ne ha bisogno. Esporre in un luogo in cui domina la velocità, la precarietà, la flessibilità e la varietà, s'intende come lezione particolare dello sguardo affinché stimoli la nostra mente.

 
                                                                                                                                  beth vermeer, 2013

Giardino d'inverno

Con uno dei padri fondatori dell'Institutional Critique i quadri non esistono più e sono sostituiti dalle parole, che diventano installazioni occupando lo spazio, e poiazione sviluppando diversi modi di sentire l'istituzione museale...
A partire dall'ambigua questione di come si possa rappresentare la realtà - e quale sia poi questa realtà - fino a parlare del museo oggi: i suoi problemi e i suoi compiti. Una riflessione con Gloria Moure, curatrice della mostra di Marcel Broodthaers alMamBo di Bologna.

 

Monument an X, 1867. Mattoni, malta, cazzuola, 75x19x35 cm. Collezione privata, Brussels




La caméra qui regarde, 1966. Vetro, carta, legno, pittura, treppiedi, 14x35x106 cm. Caldic Collectie, Wassenaar
 

Massimo Marchetti: Dalla storiografia, Broodthaers è considerato soprattutto uno dei quattro autori (assieme ad Hans Haacke, Daniel Buren e Michael Asher) che hanno dato identità a quel filone di indagine definito poi come Critica istituzionale. Si tratta quindi di un lavoro che ha riflettuto su temi complessi come la natura dell’arte e il suo rapporto con il sistema culturale, e per questo di non facile sintesi. Quali linee hai seguito nel curare questa retrospettiva?

Gloria Moure: Come dice il titolo L’Espace de l’ècriture, lo “spazio della scrittura” è il senso generale della mostra.
Marcel Broodthaers era un poeta che aveva cominciato a scrivere negli anni Quaranta, e quando nel ’64 abbandonò la scrittura per l’arte visiva, non compì mai una completa metamorfosi, ma anzi da quel momento, anziché staccarsi dall’idea di poesia, iniziò a metterla in forma. Questa è la linea generale di tutta la mostra.

Lavorando sugli interessanti scritti di Broodthaers, ho individuato altre due linee aperte dal suo lavoro e su queste ho costruito la mostra. Innanzitutto il rapporto tra l’oggetto e l’immagine, a partire da Magritte, che era il suo artista di riferimento e che con Ceci n’est pas une pipe mise in discussione l’idea di rappresentazione.
Broodthaers porta questa analisi all’estremo prendendo gli oggetti della vita quotidiana, presentandoli come oggetti in se stessi ma anche come immagini fotografiche, facendo così riferimento all’ambiguità della questione di come noi oggi possiamo rappresentare la realtà, e quale sia poi questa realtà.
Un’altra figura di riferimento è Mallarmé, perché in lui trova un’ulteriore riflessione sul linguaggio che gli permette di comprenderne lo spazio formale.
Ma Broodthaers vuole affermare la sua identità storica e geografica: lui innanzitutto è belga, è un artista che ha una cultura propria, con un profilo chiarissimo.
Ha la volontà di dare un senso all’azione artistica in un mondo che tende all’omologazione, facendo capire che si deve partire delle proprie tradizioni per poter entrare in relazione con gli altri. Questo è un fatto che trovo molto importante perché è una caratteristica chiara agli artisti degli anni Sessanta, una generazione in cui tutti si fanno le stesse domande ma dove ognuno parla dalla sua piattaforma tradizionale, dall’arte povera italiana a quella concettuale americana che ha un'impostazione senza storia, quasi partendo da zero.
Questa differenza è proprio ciò che arricchisce il dialogo tra gli artisti di questa generazione.

La terza e ultima linea è legata all’idea di museo “fittizio” – non voglio dire immaginario perché Broodthaers lo formalizza, non è solo nella sua mente – con il Musée d’Art Moderne che inizia la propria storia a casa sua nel ‘68, con l’esposizione delle casse di imballo di quadri su cui proietta le diapositive di dipinti e disegni del XVIII e XIX secolo, fino al lavoro per l’ultima mostra, la Salle blanche, dove ricostruisce una camera classica come poteva essere in un palazzo dell’Ottocento, in cui i quadri non esistono più ma sono sostituiti dalle parole.
Questo percorso lo si ritrova in tutta la mostra perché Broodthaers ha sviluppato diversi modi di sentire l’istituzione museale, i suoi problemi ma anche i suoi compiti, tra cui quello della diffusione che per lui era molto importante.
In questo lasso di tempo, dal ‘68 fino al ’72, ha infatti portato avanti anche un grandissimo lavoro sulle lettere ufficiali, sui certificati di autenticità e su tutte quelle dichiarazioni che in quel periodo si facevano contro o a favore della politica museale.
Nella mostra del MAMbo in una vetrina è esposta solo una piccola parte di questa ricerca, ma si tratta di una sezione molto importante. Ci dimostra come non si debba pensare al museo solo come un posto concreto, un’architettura, ma come qualcosa che funziona anche in quanto sistema di distribuzione (e ricordiamoci che in quel periodo diversi artisti lavoravano con la Mail art).

Un altro aspetto che considero essenziale per comprendere la grandezza di Broodthaers è come lui cominci a riflettere non solo sulla logica del museo, ma anche su quella delle proprie mostre in relazione al loro spazio, che utilizza veramente come spazio della scrittura. È in questa parte del lavoro, sviluppata dopo il ‘74 fino a quando muore nel ’75, che penso abbia definitivamente sistemato e messo a frutto sia la sua cultura su Magritte e Mallarmé che ciò che aveva fatto nel Musée d’Art Moderne. Un periodo che è stato aperto dalla mostra al Palais des Beaux Arts, dove installò per la prima volta il Jardin d’Hiver e che è stato finalizzato con quella dell’Angelus di Daumier, mettendo in gioco una riflessione politica rappresentata proprio dalla figura di Daumier.

M.M.: La mostra di Bologna si apre proprio con il Jardin d’Hiver, che accompagna i visitatori per tutto il tempo diffondendo una musica che definirei struggente. Ci puoi fornire una chiave di lettura per avvicinarci a questo lavoro?

G.M.: L’idea di museo di Broodthaers era legata al concetto di décor, termine che utilizza molto nei suoi scritti. Ad esempio, nei testi degli anni Cinquanta, quando descriveva le mostre di Pop art viste a Bruxelles, parlava proprio di décor dell’atto di decorare.
E questa parola viene appunto collegata anche all’idea di museo: basti pensare alla Salle Blanche o alle casse da imballaggio del ’68, che sono situazioni dall’impostazione piuttosto teatrale.
Dopo che Broodthaers concluse l’esperienza del suo Musée d’Art Moderne nel ‘72 a Documenta, nel ‘74 tenne una mostra al Palais des Beaux Arts di Bruxelles e per la prima volta creò il Jardin d’Hiver, che è un décor per uno spazio dove si crea un’utopia.
Il Jardin d’Hiver, dice nei suoi scritti, è un’oasi, un momento di ristoro dentro una situazione museale che definisce a chiare lettere come un “deserto culturale”. E aggiungo che oggi questo lavoro può ancora funzionare.

M.M.: Vorrei collegarmi a questa citazione del “deserto culturale”. In che misura secondo te è ancora veramente attuale la riflessione di Broodthaers sul museo? Siamo ormai abituati a vedere l’istituzione museale tendere a trasformarsi in multinazionale all’interno della quale la parte espositiva può diventare meno rilevante di tutto ciò che le ruota attorno – e a questo proposito pensiamo alla Section Pubblicité del Musée d’Art Moderne.
Questo progetto come può ancora incidere nell’elaborazione della consapevolezza, da parte del pubblico, dell’esistenza di un linguaggio museale?


G.M.: Broodthaers ha posto un problema che è stato anche generazionale, solo che lui lo ha formalizzato con la parola “museo” e lo ha fatto viaggiare in diversi contesti.
La questione dell’infiltrazione dell’artista nell’istituzione ha avuto luogo anche qui in Italia con l’Arte Povera, che ha contribuito a produrre spazi diversi dai musei con le gallerie e le Kunsthalle, strutture che non hanno collezione e che sono state fondamentali per tutta una generazione che metteva in discussione l’istituzione museale.
In quel momento il museo era strettamente legato a un’idea di protezione del patrimonio, considerato come una sfera unica e conchiusa.

Gli artisti invece avevano capito che il museo poteva essere una cosa viva, un posto dove sviluppare un dibattito e dove avere un rapporto con la storia anziché esserne tagliati fuori. Questa riflessione è molto nitida in Broodthaers quando proietta le diapositive di quadri antichi su un’idea di museo fittizio come possono essere le casse d’imballo, istituendo un rapporto tra storia e contemporaneità.
Curiosamente in questi quarant’anni il museo si è evoluto in una dimensione allucinante, diventando un posto spettacolare dove si ha più interesse verso la giovinezza di un artista che verso ciò che può dimostrare il peso di una ricerca o la relazione con la tradizione.
Per prima cosa i musei sono aumentati di numero, poi sono diventati un fatto eminentemente politico, e infine hanno contribuito a produrre una situazione caotica perché tra musei e gallerie non si vedono grandi differenze.
A volte poi le fiere fanno le stesse cose delle biennali, il che dimostra come ci troviamo in un contesto di grande appiattimento.

E così eccoci di nuovo al punto di partenza di Broodthaers. C’è stata sì una trasformazione del museo, ma si è sviluppata fuori dal suo gioco, e ancora non abbiamo fatto un’autentica riflessione su cosa esso sia, su cosa esso debba fare per poter proteggere non solo il patrimonio storico, ma anche quello più recente, e su quali operazioni debba compiere come istituzione sociale, in quanto parte rilevante del bagaglio culturale della società, una società a cui la sua azione deve in una qualche modo ritornare.
E rimane dunque aperta la questione, che è innanzitutto culturale e non politica, di come nell’istituzione si possa riflettere il modo di vedere il nostro mondo.

M.M.: Abbiamo saputo in conferenza stampa che il MoMA ha aperto il nuovo allestimento del piano dedicato all’arte contemporanea proprio con una grande sala dedicata al lavoro di Broodthaers. Quali problemi può porre la musealizzazione di una riflessione sul museo?

G.M.: Diciamo che questo è molto interessante, perché Broodthaers non ha mai avuto rilievo in America a causa di una visione molto chiusa dell’arte europea. Quindi è estremamente positivo che questo nuovo percorso sia aperto proprio da lui.
Bisogna anche dire che in realtà si tratta di una congiuntura favorevole, data dall’acquisizione della grande collezione di un fantastico personaggio, Herman Daled, che ha cominciato a raccogliere opere negli anni Sessanta.
Daled era un radiologo belga, molto amico di Broodthaers, con una storia affascinante. I suoi inizi di collezionista sono legati alla sua tesi di dottorato: il suo relatore era un fisico premio Nobel che l’aveva invitato a capire innanzitutto ciò che era il contesto culturale in cui viveva, dal cinema, alla letteratura, alle arti visive. E così Daled ha iniziato ad andare alle mostre. Raccontò che in una di queste non capì assolutamente nulla ma vide per la prima volta le Moules e altri lavori di Broodthaers e ne rimase tanto affascinato da comprarli.
Il giorno dopo ricevette una telefonata in cui gli si chiedevano informazioni sull’acquisto. Chi lo chiamava era proprio Broodthaers, che voleva conoscerlo.
Lui ora ha compiuto ottant’anni e ha deciso di vendere la collezione al MoMA pensando che fosse il miglior modo per collocare un artista storico europeo in una posizione centrale in America. A parte questo fatto, dovuto a un'occasione, io penso che questo lavoro all’interno di un museo possa anche far capire che le cose possono cambiare se dietro c’è qualcuno di intelligente che gioca bene le sue carte
 
Massimo Marchetti è critico e curatore, lavora a Bologna. Membro darth dal 2007, è collaboratore di UnDo.Net, Radio Città del Capo e dello spazio non profit Casabianca di Zola Predosa (Bo). Dal 2009 è direttore del Musée de l'OHM.